Nel Vangelo di questa domenica, Gesù è interpellato da un uomo che cerca giustizia nella spartizione di un’eredità. Ma la sua risposta spiazza: non entra nella disputa, anzi, mette in guardia da un pericolo più profondo, quello della cupidigia, che può avvelenare anche le relazioni più intime. L’insegnamento che segue prende la forma di una parabola semplice e tagliente. Un uomo ricco, dopo un raccolto eccezionale, pensa solo a sé: non si chiede “chi ha bisogno?” ma “dove metterò tutto questo?”. La sua sicurezza è fondata sull’accumulo, sulla gestione efficiente delle sue risorse. Ma Dio lo chiama “stolto”: ha fatto i conti con tutto, tranne che con la vita. Una vita che non gli appartiene, e che può spegnersi improvvisamente.
Questo passo non condanna il possesso in sé, né la buona amministrazione dei beni. Ma mette a fuoco la fragilità dell’esistenza e la pericolosa illusione dell’autosufficienza. Accumulare senza condividere, vivere senza relazioni autentiche, è il vero fallimento. Gesù propone un altro tipo di ricchezza: “arricchirsi presso Dio”, cioè vivere con cuore aperto, libero dalla paura di perdere, capace di riconoscere il valore delle cose che non si misurano con quantità: il tempo donato, le relazioni curate, la compassione esercitata, il perdono concesso. Il problema, dunque, non è possedere, ma che cosa ci possiede. Questo Vangelo ci interroga: “Qual è il mio vero tesoro?” E soprattutto: “Sto vivendo per accumulare o per donare?”
