“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria”

“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria”

Santa Maria Porta del Cielo

Nel Vangelo di oggi, Gesù torna a Nazaret, il villaggio dove è cresciuto. Insegna nella sinagoga, e le sue parole colpiscono per sapienza e autorità. Ma proprio lì, dove tutti credono di conoscerlo, nasce il rifiuto. La sua umanità – figlio del falegname, parente di gente comune – diventa un ostacolo, un motivo di scandalo.

Questo brano ci rivela una dinamica ricorrente: l’abitudine anestetizza lo stupore, la vicinanza può generare disprezzo. A Nazaret, ciò che è “troppo noto” diventa invisibile. Non riescono a vedere in Gesù altro che “il figlio di Maria”.

Il Vangelo non ci parla solo di un evento accaduto nel passato, ma anche di una tentazione attuale: ridurre il mistero di Dio a ciò che è comprensibile, prevedibile, “a misura nostra”. Il rischio è di non riconoscerlo quando passa nella quotidianità, nelle persone vicine, nei gesti semplici.

Gesù non può compiere molti segni a causa della loro incredulità. Non perché gli manchi la potenza, ma perché la fede è lo spazio dove il miracolo può accadere. Dove c’è chiusura e pregiudizio, anche Dio si ferma.

Questo passo ci invita a un esame di coscienza: quante volte, anche noi, scartiamo il bene solo perché ci sembra “troppo normale”?

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